Alcuni
di noi avranno delle foto della propria infanzia…
sono
testimonianze indirette, ma non assolutamente autentiche.
Non
ricordiamo i momenti in cui ci hanno scattato quelle foto,
eppure
è come se i nostri parenti ce le abbiano imposte, un po’
come
fanno oggi i media per farci piacere determinate canzoni
commerciali. Ci assillano fino alla nausea e finiscono col convincerci
che
quei brani musicali sono orecchiabili, ballabili, “pieni” di
significato e, insomma, stupendi. Da piccoli, certo, non ragionavamo
come
abbiamo cominciato a fare anni dopo, non sognavamo
e
neanche il nostro subconscio era in grado di partorire
pensieri incomprensibili, come in genere fa. Poi, tutto ad un tratto,
abbiamo
cominciato a formulare pensieri autonomamente e
abbiamo
pian piano acquisito anche una sorta di desiderio
d’indipendenza mentale. Tuttavia il problema che mi sono posto
non
riguarda tanto il modo in cui abbiamo cominciato a pensare,
ma il
modo in cui smetteremo di farlo. Mi riferisco, naturalmente,
alla
fine della vita, un argomento decisamente “allegro”, che mi
provoca
da anni profondi disturbi mentali.
Ogni
tanto il problema mi ritorna in mente, e mi costringe a
mandar
giù un gustoso bicchierino di grappa. Come dicevo, la
domanda
che mi angoscia da tempo è la seguente: “Continueremo
a
pensare dopo la morte?”. Le nostre celluline saranno del tutto
consumate,
trasformate in polvere o divorate dai vermi (io mi farei
cremare, se fossi in voi). Cosa rimarrà della nostra mente, cosa
rimarrà
dell’anima e dei sentimenti? Che fine faranno tutti i nostri
ricordi
e l’esperienza accumulata negli anni? Andrà tutto distrutto,
tutto
evaporerà dal nostro cranio? Cosa se ne può fare un lombrico
del
nostro più bel ricordo? Probabilmente lo defecherà, e il
“ricordino” da lui lasciato si trasformerà in terra. Il ciclo della vita
continuerà, ma che ne sarà di quel ricordo? Certo, un filo d’erba
nato
dall’escremento del lombrico che ha mangiato il cervello del
defunto
non possiederà il ricordo di quando quell’uomo aveva
rotto
un bicchiere al tavolino di un bar mentre era in compagnia
della
sua ragazza. E se anche potesse farlo, cosa se ne importerebbe
quel
filo d’erba? Penso che dimenticherebbe il ricordo ereditato
da
quello “sfigato”! Magari quel filo d’erba diventerà una vite che
produrrà altro vino che finirà in un altro bicchiere servito al tavolo
di un
altro bar a due altri fanciulli di sesso discorde. Forse il vino,
ricordandosi quello che era accaduto allo “sfigato” del ciclo vitale
precedente, penserà di non far ubriacare il nuovo “sfigato”, così da
impedire che si rompa un altro bicchiere. Allora questo ricordo
potrebbe trasformarsi in una sorta di arricchimento del subconscio…
È
sicuramente un argomento da approfondire.
Tornando a parlare di cose serie, il mio problema esistenziale
rimane
ancora irrisolto. Dopo la morte, potrò continuare a
pensare? A questo punto, la parte razionale di me direbbe che non
sarà
possibile, siccome le cellule grigie, di cui essa è costituita, non
esisteranno più. In questo modo essa firma la sua e la mia condanna
a
morte; ma io, che da un po’ di tempo ho preso il sopravvento
sulla
ragione, direi che la mia anima continua ad esistere. Non so
dove,
non so come, spero tanto che esista un “mondo delle idee”
dove
poter trovare sempre qualcosa di diverso e originale e dove
poter
spaziare con l’unica parte del corpo che rimarrà: la mente!
Oppure
sarà una trappola, un luogo misterioso e privo di vie
d’uscita, una lurida gabbia per menti che hanno voglia di volare.
Quale
trauma sarebbe questo! Sarebbe ancora peggio della morte,
peggio
della più atroce delle torture: una mente in gabbia per
l’eternità. È terribile, eppure è possibile. Quale tragico destino
sarebbe
vivere in un oltretomba falso e ovattato, creato da qualcuno
o
creatosi senza una spiegazione, come frutto di una stranissima
equazione stocastica costruita da chissà quale causa superiore…
Il
futuro, il passato… cosa sono? Esistono tanti passati, uno
per
ogni momento che avremmo potuto vivere. L’azione che ho
compiuto due anni e mezzo fa in quella determinata circostanza è
un
“passato compiuto”, mentre tutte le altre cose che avrei fatto
appartengono ad altri passati. Anche se questi sono incompiuti,
esistono e sono ormai irraggiungibili. Due anni fa, per esempio,
sono
morto; è uno dei miei passati, incompiuto perché, fino a
prova
contraria, sono ancora qui.
Allo
stesso modo esistono molti futuri, ognuno di essi ci
indica
le azioni che potremo fare. In un futuro sono un ricercatore
squattrinato, in un altro scrittore squattrinato, in un altro ancora
sono un
arricchito che vive di rendita e potrei aggiungerne molti
altri,
lavorando un po’ con la razionalità, un po’ con la fantasia.
Sono
già qui tutti i miei futuri, tutte le possibili strade da intraprendere.
Sono
momenti che “ho già vissuto” nel futuro; il mio
compito
è trovare la mia strada, fare la mia scelta. Chissà se anche
la
scelta sia un’illusione controllata dall’alto. Non sarebbe più
libertà, la nostra. Sempre costretti a fingere di vivere in questa
gabbia
senza sapere nulla di questa finzione. Anche tutto quello
che ho
scritto potrebbe essere frutto di una finta scelta di scrivere:
in
realtà, queste parole potrebbero essere state scritte da chiunque
controlli la mia mente al di fuori della società umana. Ma c’è
davvero
qualcuno che ci controlla, un essere superiore che muove
i
nostri fili, così bravo da farci credere che siamo liberi di muoverci
come
vogliamo? Francamente spero di sì, perché mi dispiacerebbe
molto
se le nostre cellule grigie, consumatesi dopo la morte,
non
potessero produrre pensieri o regalarci emozioni.
Folle
È forse
folle un folle che dice di essere folle quando vuole fare il
folle
nei momenti di follia? E se non è folle, è forse da folle quello
che fa,
quando fa il folle per sentirsi dire folle da chi in genere lo
chiama
folle? E se è un folle, è solo un folle che fa il folle in quanto
folle;
perciò è ritenuto folle da tutti gli altri uomini, folli, che
dicono
di non essere folli, e lo giudicano solennemente folle.
Dalla Raccolta
“Paolo ha perso la bussola…
È completamente pazzo…”