Prefazione

 

Il miracolo de “Le Baccanti”

 

L’invito pressante di Paolo, mio alunno al Liceo Tasso

nell’insegnamento del greco, a presentargli il libro in “prefazione”,

oltre ad assumere un significato simbolico straordinario,

trasmette a questo mio, per così dire, ruolo editoriale un fascino

culturale particolare.

Lo sento come la gratitudine di un commensale a chi gli ha

offerto su un vassoio d’oro un piatto prelibatissimo di caviale.

Paolo mi ha sempre sottolineato come per un “matematico”

e razionalista come lui lo studio approfondito de “Le Baccanti” di

a Euripide in 3 liceale sia stato un’autentica rivelazione. Certo non

potevo prevedere all’atto della mia proposta culturale alla sua

classe che in particolare un alunno ne ricavasse un’influenza così

decisiva.

Sta di fatto che il fondamentale rapporto assai problematico

nel testo euripideo tra razionale ed a-razionale trova il suo perfetto

riscontro nel contrasto che emerge dai Dialoghi di Fine a se stesso ...

di Trucillo tra il personaggio Paolo ed il suo speculare alter ego

oloaP.

Il gioco scoperto “di specchio” e “di doppio” tra i due

dialoganti così presente in tutto il testo tragico euripideo de “Le

Baccanti”, porta alla luce in questo scritto, sull’abbrivio del tema

amoroso, il fondamentale, irrisolto e irrisolvibile dilemma tra le

due componenti della nostra dimensione mentale e psicologica:

ragione ed emozioni.

Nello scandaglio accanito che l’autore opera sulla sua anima,

come non riconoscere poi in Paolo Trucillo un autentico, appassionato

alunno di Platone, in quel tratto decisivo del filosofo

greco quando delinea la condizione della nostra “umanità” nel

filosofein, nella riflessione su noi stessi e il mondo alla ricerca

della verità?

Già, l’anima! Un termine impegnativo che Paolo maneggia

con scontata e sorprendente naturalezza, come se nel disgraziato

panorama culturale odierno, nel quale siamo costretti a vivere,

fosse agevole il riferimento alla dimensione spirituale dell’essere.

Eppure il suo continuo richiamo alla sua anima, la sottolineatura

della dimensione spirituale come fondamentale nella priorità di

senso da attribuire alla vita umana, dà la misura della sua notevole

maturità. Infatti nonostante il frequente ricorso nel testo a

momenti e situazioni di carattere erotico, sembra di avvertire che

l’autore quasi si serva del suo giovanile corredo “ormonale” per

inserire in questo ambito il suo vero ed irrisolto dilemma: “Chi

sono?”. C’è qui quel gnwqi seauton (conosci te stesso) della

cultura greca, così ben interiorizzato, da rendere assai evidente in

lui il maturo frutto dell’insegnamento umanistico.

Tutto lo scritto infatti è attraversato da una spasmodica,

proficua ansia di risposte in questa incessante ricerca di sé e come

già nella storia della cultura, soprattutto greca, tale ansia trova la

sua momentanea tregua in due momenti :

quello delle armoniose note musicali di un pianoforte

suonato dalle morbide dita di una fanciulla spagnola, che trasportano

l’anima di Paolo, anzi di oloaP, in una dimensione altra (non

aveva forse Platone affermato che “la musica è armonia

dell’anima”?);

e quello della pace bucolica evocata nel penultimo capitolo,

dove l’atmosfera d’incanto naturale, accresciuta dalla presenza

dell’ingenuità dei bimbi che giocano felici, dilata, per così dire, per

la prima volta in tutto il testo la sensibilità del lettore “adagiandolo”

sul quel puro, immacolato prato verde per effetto dell’efficacia

narrativa dell’autore. Quel luogo ameno ci evoca la suggestione

del prato intatto, l’akhratoj leimwn della preghiera di Ippolito

ad Artemide nell’Ippolito di Euripide, perché come nel testo

euripideo sembra di avvertire il bisogno del ricorso

all’immacolatezza primigenia di madre natura come fresca fonte

pura che spenga l’ardore provocato da domande irrisolte.

Parlo di efficacia narrativa perché risulta evidente al lettore la

maestria letteraria di Paolo, sia nell’accorto uso del vocabolario

nella selezione terminologica, sia nell’automatico ricorso a parole

che affidano la loro capacità espressiva all’etimo.

Inoltre anche il compiacimento letterario, per così dire,

dell’autore che qua e là talvolta si avverte, ritengo sia dovuto alla

necessità di tradurre in simboli verbali il suo robusto input razionale,

proprio secondo quel processo del logoj: pensiero che si fa

parola, logica che si fa verbo.

 

Santolo Sica

 


                                                                                                       
                  
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